top of page

Kintsugi dell’anima: trasformare l’errore

  • 10 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min


A volte può arrivare ad essere veramente difficile dire “mi dispiace”.

Spesso dietro a questa difficoltà si nasconde qualcosa di più profondo, la fatica di accettare l’errore come parte dell’essere umano.

Ci sono parole che sembrano semplici, ma che, nel momento in cui proviamo a pronunciarle, diventano improvvisamente pesanti.

Mi dispiace” è un piccolo, ma grande movimento interiore.

A guardarla più da vicino, l’etimologia ci racconta qualcosa di semplice e allo stesso tempo profondo.

Dispiacere viene dal latino displicēre.


dis

non, separazione, allontanamento.


placere

piacere, essere gradito al cuore.


Ci dice qualcosa di molto umano, essere lontani da ciò che è gradito al cuore.

Perché il dispiacere non nasce dall’indifferenza, ma dal legame.

È la prova che qualcosa ci tocca. Che è accaduto qualcosa che ha incrinato ciò che per noi ha valore. Può essere una parola detta troppo in fretta, un gesto mancato, una distrazione. Una ferita che non avevamo previsto.

Ma il cuore se ne accorge.


“Mi dispiace” non cancella ciò che è accaduto, ma apre una porta. Ricostruisce un ponte, tra me e te..

È un momento in cui comprendiamo che le relazioni sono vive. Qualcosa si incrina, si rompe e può anche ricomporsi.


E allora perché a volte è così difficile dire “mi dispiace”?


Forse perché tocca qualcosa di molto delicato, l’immagine che abbiamo di noi.

Per riuscire a dirlo bisogna accettare di non essere perfetti.

Molti di noi hanno imparato presto che l’errore è qualcosa da nascondere. Allora ci difendiamo, ci giustifichiamo, oppure restiamo in silenzio.

Ma l’errore non è colpa. Non è giudizio.

Non è “sono sbagliato”, ma piuttosto “questa volta ho sbagliato”.


E allora nasce una domanda.

Se sbaglio chi sono?

Se riconosco un errore perdo valore?


Con l’arteterapia posso esplorare questo passaggio. Posso fare un’esperienza diversa.

Posso vedere la frattura, toccarla, cercare un linguaggio che possa dare forma all’errore, trasformarlo… e restare intera.


L’errore assomiglia a una crepa e le crepe sono interessanti.

In Giappone esiste un’antica tecnica chiamata kintsugi. Quando un oggetto si rompe, la crepa viene riparata con l’oro. L’oggetto non torna com’era prima, diventa qualcos’altro.

E l’oro non cancella la crepa, la illumina.

Allora posso fare qualcosa di simbolico, spostare l’errore da dentro di me a fuori.

Questa distanza mi aiuta a osservarlo.

E’ l’invito che faccio quasi sempre alle mie allieve quando una loro creazione in argilla, dopo la cottura, esce dal forno rotta..



Se posso prendere tra le mani “il mio errore”, forse posso scoprire che ciò che non mi piace, ciò di cui mi vergogno o che cerco di nascondere sta solo chiedendo di essere visto.

Possiamo allora fare un esercizio, posso prendere un oggetto rotto, una tazza scheggiata, una ciotola, qualcosa a cui siamo affezionati.

E posso ripararlo lentamente, con creatività, curiosità e con un gesto gentile.

Non per cancellare la crepa, per onorarla.


E così quella ferita diventa un simbolo, pian piano si trasforma in qualcosa di più armonico.

I loro occhi tornano a sorridere, spesso mi dicono.. “é quasi più bella così!”

La ferita integrata diventa forza.


E allora posso chiedermi:

Quali errori, quali crepe della mia storia hanno cambiato la mia forma?

Cosa nella mia storia è diventato più prezioso dopo una frattura?


E forse, dentro di me, nasce anche un’altra domanda.

Quale parte di me teme di dire mi dispiace?


Spesso scopriamo che la parte che non chiede scusa sta proteggendo qualcosa di molto fragile.


Qui l’astrologia archetipica ci offre immagini utili per rifletterci, non come destino, ma come linguaggio simbolico dell’anima.

Siamo fatti di molte parti.

E quando diciamo “mi dispiace”, molte di queste parti si muovono insieme.


L’astrologia attraverso il simbolo ci aiuta a riconoscere queste dinamiche interiori.

Un eccesso di valori leonini può temere che l’ammissione oscuri la propria luce.

Una forte energia Capricorno può vivere l’errore come fallimento.

Forti valori Scorpione possono rendere difficile mostrarsi vulnerabili.

Allora la domanda diventa:

Chi sono io quando non sono perfetto?


In fondo, dire “mi dispiace” è un atto di libertà. È riconoscere di essere imperfetti senza smettere di valere. È accettare che la nostra identità non è fatta di un materiale duro e immutabile, ma di materia viva in continua trasformazione.

Dire “mi dispiace” diventa così un atto di trasformazione, includere l’errore senza che cancelli il nostro valore.


E allora oggi, prova a fare qualcosa di diverso.

Prima di chiedere scusa a qualcuno, chiedila prima di tutto a te.


“Mi dispiace per tutte le volte in cui mi sono negata la possibilità di essere.. umano.”


E forse proprio lì, nel punto in cui la crepa resta visibile, possiamo ricordarci una cosa semplice, dire mi dispiace non significa diventare più fragili.

Vuol dire diventare più interi.

Più veri. Rita Campolo.

 
 
 

Commenti


Non puoi più commentare questo post. Contatta il proprietario del sito per avere più informazioni.
bottom of page